Documentari italiani sul gioco d’azzardo e nuove dipendenze

Documentari italiani sul gioco d’azzardo e nuove dipendenze

Scritto il 20/03/15 - da Invernizzi, Lorenzo Notizie

Alcuni ne hanno messo in luce gli aspetti maggiormente legati alla dipendenza e alla patologia, altri in maniera più neutra hanno parlato delle probabilità di vincita: da qualche tempo anche servizi televisivi e documentari si sono occupati del fenomeno del gioco d’azzardo.

Negli ultimi anni è stato coniato il termine di “nuove dipendenze” per designare tutti quei comportamenti o attività, magari anche socialmente accettati, che non prevedono l’utilizzo di sostanze chimiche, ma che comunque vengono svolti in maniera compulsiva. Tra questi può rientrare anche il gioco d’azzardo, insieme allo shopping e all’uso dei videogiochi e di Internet. Alle nuove dipendenze è dedicato “Caduti nella rete”, documentario realizzato nel 2012 da Renato Pugina per la Radiotelevisione svizzera.

Il centro cure di Bolzano

Il documentario inizia in un centro di cura di Bolzano con le interviste a specialisti e pazienti. Nel filmato si vede Cesare Guerreschi, psicologo e psicoterapeuta, che mette in guardia gli ospiti della struttura durante le terapie di gruppo: “Bisogna curarsi almeno sei mesi continuativamente, perché se fai solo due mesi e poi tagli tornerai ancora qui”.

Dopo essersi occupato del recupero degli alcolisti, nel ’99 Guerreschi ha fondato la comunità terapeutica di Bolzano, che si rivolge in particolare ma non in maniera escusiva ai giocatori patologici (almeno fino a poco tempo fa, spiega il documentario, era anche l’unico centro ad occuparsi di dipendenze sessuali). Lo psicologo è anche autore di numerose pubblicazioni sul tema

Le Nuove dipendenze

Slot, videopoker e Gratta e vinci sono molto più popolari del gioco online: perché non vengono mai menzionati in tutta la mezz’ora di servizio? “Pur essendo diffusissimi – replica il regista -  slot e Gratta e Vinci non rientrano nell’ambito del gioco e della dipendenza online. Come si evince dal titolo ‘Caduti nella rete’, si parla delle nuove dipendenze che si sviluppano attraverso l’uso di Internet. Non soltanto quindi il gioco d’azzardo, ma anche altri aspetti come la pornografia online e i giochi di ruolo. Mi è stato chiesto se la Svizzera, dove ha sede l’emittente per la  quale lavoro, è più permissiva dell’Italia riguardo al gioco d’azzardo. Non direi proprio. Se non ricordo male, soltanto intorno agli anni Duemila è stata autorizzata l’apertura di case da gioco nella Confederazione Elvetica: prima di allora ogni forma d’azzardo era proibita. Tuttora la legge vieta il gioco d’azzardo online, nel senso che non si possono aprire siti di gioco d’azzardo in Svizzera”.

Rigore svizzero...

A riprova di ciò il regista di Varese cita l’articolo 5 della legge sulle case da gioco: “In Svizzera l’esercizio dei giochi d’azzardo mediante l’impiego di reti elettroniche di telecomunicazioni, segnatamente Internet, è vietato”.

... ma c’è la ‘gabola’

gioco onlineNegli ultimi tempi, osserva tuttavia Pugina, si è aperto il dibattito riguardo all’eventuale legalizzazione del gioco online nella Confederazione Elvetica.

Naturalmente un cittadino svizzero può comunque collegarsi a siti che hanno sede all’estero – aggiunge il regista -. Almeno, questo era possibile da casa del giocatore che ho intervistato durante le riprese di ‘Caduti nella rete’, avvenute più di due anni fa. Non so se oggi questo sia ancora possibile. In Svizzera la Commissione Federale sulle Case da gioco vigila non tanto sul gioco online, visto che è proibito, quanto sul corretto svolgimento di tutti gli altri giochi d’azzardo, e principalmente sull’attività dei numerosi casinò sparsi sul territorio elvetico”.

Iene contestate

Passando dalla Svizzera all’Italia, l’argomento del gioco d’azzardo è stato trattato a più riprese anche dalla trasmissione di Canale 5 “Le Iene”. Due servizi sul poker online di Nadia Toffa e Luigi Pelazza, in particolare, sono stati contestati dagli addetti ai lavori, che hanno riscontrato  diverse incongruenze. Toffa si è occupata di una poker room truffaldina e Pelazza di una presunta bisca illegale in Sardegna che viene scoperta dai carabinieri. Nel servizio di Nadia Toffa veniva mostrato come il gestore di una room poteva “truccare” da dietro le quinte una partita o un testa-a-testa.

Il mistero del nove di fiori

Dopo la segnalazione di alcuni utenti i quali avevano fatto presente l’incongruenza tecnica del flop formato da due sole carte, il video venne rimosso per qualche ora. Riapparve nella versione “corretta” con un nove di fiori in aggiunta (Mediaset si giustificò parlando di un errore in fase di post produzione).

Videolottery e riciclaggio

Ancora la giornalista bresciana Toffa ha mostrato la facilità con la quale è possibile ripulire attraverso le videolottery somme in contanti guadagnate in modo illecito. Dopo aver inserito le banconote nel dispositivo, la “iena” Toffa ha deciso di non giocare e di farsi rilasciare dalla macchinetta una ricevuta per l’importo immesso. Con lo stesso tagliando, si è quindi recata alla cassa a riscuotere la somma. Un altro dato evidenziato nel reportage è che “lo Stato non vede direttamente gli incassi di queste macchinette ma sono i concessionari a inviare i dati degli incassi ai Monopoli”.

Dirigenti inamovibili

La giornalista ha inoltre ricordato che all’interno dell’Agenzia delle dogane e dei Monopoli, l’ente che in Italia regola il comparto del gioco pubblico, l’ex direttore generale Giorgio Tino e il direttore centrale Antonio Tagliaferri sono stati condannati a pagare rispettivamente 4 milioni e 800mila euro e 2 milioni e 600mila euro per danno erariale. Tino è diventato presidente di Equitalia Veneto, mentre Tagliaferri “continua tutt’oggi a fare il direttore generale di Aams”.

Slot e fisco

fiscoOra però le cose sono cambiate. Nei primi giorni di febbraio è giunta infatti notizia dell’assoluzione degli ex alti dirigenti di Aams da parte della terza Sezione d’appello della Corte dei Conti. I due concessionari Bplus e Hbg, invece, sono stati condannati a pagare rispettivamente 335 e 72 milioni di euro, anziché gli 835 e 200 stabiliti in primo grado. I fatti contestati, ricorda il Fatto Quotidiano, risalgono al 2007. In quell’anno dieci concessionari (Bplus, Hbg, Cogetech, Sisal, Gamenet, Snai, Gmatica, Cirsa, Gtech e Codere) furono accusati dai magistrati contabili della Procura ligure “per non aver collegato gli apparecchi al sistema informatico dei Monopoli, gestito dalla Sogei, nei tre anni precedenti”.

Secondo i calcoli del Gruppo antifrodi tecnologiche della Guardia di Finanza, avrebbero dovuto pagare 98 miliardi di euro. La cifra venne ridimensionata a 90 miliardi negli atti di citazione della Procura. “Il sistema telematico delle giocate (e delle imposte dovute) – riporta il Fatto – doveva essere pronto e funzionante nel 2004, ma ha fatto cilecca per anni, mentre le società continuavano a chiedere il nulla osta e installare macchinette senza curarsi dell’allacciamento. Nella sentenza del 2012 l’importo viene ridotto a 2 miliardi e mezzo di euro, 835 dei quali a carico di Bplus, l’unica, insieme ad Hbg, a contestare la cifra fino all’ultimo. Gli altri concessionari avevano già chiuso la vertenza pagando il 30 per cento delle somme dovute (430 milioni di euro) con il condono deciso nel 2013 dal Governo di Enrico Letta attraverso il decreto Imu”.

L’azzardo in Friuli

Passando alle piccole case di produzione, Indimage Film e Animado Film hanno recentemente finanziato il documentario “Zeroper” dell’autore e regista palermitano Federico Russo, presentato nel dicembre del 2013. L’opera, della durata di 56 minuti, racconta la vita del centro di Campoformido (Udine), specializzato nel recupero dei malati di gioco d’azzardo. Come dichiarato dallo stesso regista, lo scopo divulgativo del film ne rende particolarmente adatta la proiezione presso scuole e centri sociali.

Il Documentario “All in”

La regista Annalisa Bertasi e la psicologa Chiara Pracucci, infine, hanno dedicato tre anni di lavoro alla realizzazione del documentario “All in” presentato a metà febbraio 2015 a Ravenna (l’espressione “All in” viene utilizzata dai giocatori di poker quando mettono tutte le  fiches a loro disposizione sul piatto). Laureatasi in psicologia clinica, Chiara Pracucci ha scelto il gioco d’azzardo come argomento della sua tesi. Secondo la psicologa intervistata dall’associazione culturale “Gruppo dello zuccherificio” sul suo sito, “gioco d’azzardo patologico” è un’espressione nata da uno stridente accostamento, “il gioco creativo e libero e la patologia rigida e paralizzante”.

 “Il manuale dei disturbi mentali non parla più di ‘dependence’ ma di ‘addiction’ – osserva il direttore dell’Ausl di Forlì Edoardo Polidori,  intervistato nel documentario -. ‘Addiction’ deriva dal latino ‘addictus’, che vuol dire schiavo. I latini avevano due modi per definire la schiavitù: addictus e servus. ‘Servus’ era lo schiavo nato da schiavi, quindi figlio di schiavi. ‘Addictus’ era lo schiavo diventato tale per debiti. La schiavitù non era una condizione di partenza, ma una condizione che si determinava a un certo punto della vita”.

Pokerista e venditore di allarmi

Romanzo personale MTV“Romanzo personale”, documentario prodotto da Mtv, racconta invece la storia del giovane Emiliano, che vive con  i suoi a Calenzano, in provincia di Firenze, e ha lasciato il lavoro di rappresentante per diventare un giocatore di poker professionista. Il ragazzo si presenta così: “Emiliano Conti, quasi 25 anni, gioco da quasi cinque anni tre-quattro ore tutti i giorni con full immersion domenicali da 10-11 ore”. Emiliano si è interessato al poker “dopo aver visto questo giochino in televisione”. Come ammesso da lui stesso, nelle prime giocate Emiliano ha perso, capendo in seguito “che bisognava studiare” per affinare le proprie abilità.

La notte su Internet, la mattina dai clienti

E’ stato difficile inizialmente per il giovane professionista conciliare il lavoro di pokerista con quello di rappresentante per la ditta di allarmi dello zio, anche perché il gioco su Internet costringeva spesso il 25enne a fare le ore piccole. Giocare a poker online, per Emiliano, è come fare l’impiegato, “solo che si prende qualcosa di più”. Considerate le spese da sostenere tra alberghi e trasporti, rivela il ragazzo, giocare con il computer da casa si rivela più redditizio che partecipare ai tornei. “Il mio sogno era fare il giornalista sportivo – spiega Conti -. Ho fatto due anni di Scienze politiche. Ero molto appassionato e conoscevo tutti gli sport. Una volta appreso che con il lavoro di giornalista avrei avuto un buono stipendio eventualmente dopo i trent’anni, ho detto: OK, non fa per me. Ero uno che voleva tutto e subito. Ho chiuso con l’università e sono andato a lavorare nella ditta di mio zio”.

L’insolito regalo per i 18 anni, ricorda Emiliano, è stata la possibilità di spendere 500mila lire al casinò. Intervistata in merito, la madre non ha nascosto le iniziali perplessità in merito all’attività di giocatore professionista intrapresa dal figlio.